Pentalogia/3 di 5

Da WikIAC.

"Mamma,
ti scrivo dopo tanto tempo perché non so più a chi affidarmi.
Lo so che non ci siamo lasciati nel migliore dei modi; non ho cambiato idea, non posso cambiare idea. È parte di quello che sono, come la mia altezza, o le mie mani.
È successa un'altra cosa, però, una cosa davvero assurda.
Sono diventata una ragazza, sul serio.


No, non ho fatto l'operazione, come avrei potuto? Ho vissuto sulla strada, e anche se ho qualche soldo da parte, non ne ho certo abbastanza.
Forse hai già intuito come. No, non sono io quella che si vede in televisione, e non c'entro con quello che sta succedendo. Te lo giuro, non c'entro nulla, almeno per ora.


Forse non mi crederai. Ti racconto quello che è successo, perché tu mi creda.
Ero sola, nella tenda dove sai che vivo; ero sola, ed è diventato tutto buio..."


La donna camminava piano per i sentieri del monte Fuji. Erano ormai passate quattro o cinque ore, perse per sentieri non battuti né da turisti né dai locali, pericolosi, pieni di sterpi o semplicemente abbandonati.

Il rifugio era ormai in vista. Si gettò lo zainetto dietro le spalle, leggero, senza nulla da mangiare, mentre faceva l'ultimo pezzo con mani e piedi, salendo piano piano un breve tratto scosceso.

Si rimise in piedi sullo spiazzo davanti alla porta. Si aggiustò la tuta, poi si avvicinò. Bussò. La porta si aprì.

"Sei tu", rispose l'uomo all'interno.

"Sì", rispose la donna.

"Non sei cambiata molto. Un po' più alta."

"Posso entrare?"

"Prego, entra pure."

Entrarono in una stanza con un tavolo di legno. Le disse di accomodarsi, si sedette. Si guardarono un istante.

"Cosa porta la donna più ricercata del mondo nella mia baita?"

"Il fatto che ti ho ritrovato."

"Sono stati due anni di pace. Devo presumere che siano finiti?"

"Solo se lo vorrai."


"Quello che mi è successo, mamma, è stata la cosa più grande che mi fosse mai accaduta in vita mia.
Non che non mi fossi mai vestito da ragazza, certamente. Che non avessi mai portato i capelli lunghi. Ma il mio corpo... il mio corpo!... si adattava perfettamente a quel vestito. Senza imbottiture, senza trucchi.
Per la prima volta in vita mia ho smesso di invidiarti.
Non dormii quella notte.
Scoprii presto che la cosa non era permanente; solo se indosso l'uniforme sono donna, altrimenti torno a essere imprigionata nel mio corpo.
Ma finché sono trasformata, lo sono anche nel fisico.


Le cose diventarono difficili molto presto.
Hai sentito anche tu i telegiornali, immagino... non si parla d'altro, ormai. Ragazzine potenti come bombe atomiche, in grado di radere una città al suolo. Sì, lo sono anche io.
Pur senza uccidere nessuno, ebbi modo di usare il mio potere molto presto.
Sono un soldato, mamma, di una guerra che non ho scelto di combattere; un'arma inviata nel mondo a distruggere una minaccia che solo io, solo le altre come me, possiamo vedere.
Sono ombre.
La prima volta che ne vidi una torreggiare nel cielo, sono scappata a gambe levate. Posso trasformarmi con un pensiero, ma la paura mi annebbiava la testa.
Sono ovunque, mamma. Non passava giorno che non ne vedessi una, flebile su chi è stato appena posseduto, nera e buia su chi invece è loro succube, un soldato del campo nemico...
Provai paura per la prima volta, una paura immonda, una presa al cuore che non mi lascerà mai, che non mi ha mai lasciata..."


"Fuggire? Sfidare l'embargo?"

"Hai mai provato a usare i tuoi poteri fino in fondo?"

L'uomo tirò una boccata dalla sua sigaretta, stanco. "Certo che no. Mi trasformo ogni tanto, per...", e si fermò. "Lo sai perché", concluse. "Ma usare i miei poteri... no, no. Non più ora che non servono più."

"Ne sei sicura?"

"Non ci sono più ombre."

"Se tornassero?"

"Non lo so, non lo so, ti prego, non farmi questa domanda. Ho una vita ora. Semplice. Non voglio perderla."

"La chiami vita, questa? Barricata sul monte Fuji, lontano pure dai paesi, a cinque ore di cammino dal posto abitato più vicino!"

"Non mi pesa fare cinque ore di cammino. O dieci, o cento, o anche a nuoto attraverso il Pacifico. Ma c'è un motivo per cui non passa niente da e per il Giappone. Ci stanno ancora cercando."

"Io non sono rimasta con le mani in mano. Ho imparato a nascondermi. Nessun radar mi vedrà, nessuna nave. Te lo insegnerò."

"Belle parole."

"Sono stata in Corea ieri."

L'uomo la fissò, con uno sguardo insieme incredulo e interrogativo. "Ah", disse infine. "Non ti serve più il fucile ora?"

La donna fece un sorriso che pareva una smorfia. Non sorrideva mai davvero; l'uomo non l'aveva mai vista sorridere, da quando l'aveva conosciuta. Sempre seria, come un militare che avesse visto tanta morte da perdere per sempre la propria anima.

Non l'aveva mai vista nemmeno senza il fucile. 'C'è una prima volta per tutto', pensò, fissandola.


"Mamma, hai mai avuto una paura così forte che la tua mente non può più pensare, non può più aiutarti?
È quello che mi è successo.
Non erano solo le ombre, né solo il fatto che questi esseri torreggianti, alti tanto da parere chilometri, mi attaccavano a vista, né ogni loro colpo che riverbera contro tutto il tuo essere, tanto nel corpo quanto nel profondo del tuo cuore, come uno schiacciasassi.
C'entravano tante cose.
Sai bene quello che succedeva nella mia tenda, come mi guadagnavo da vivere. Quello che mi è successo. Non mi hai mai detto di saperlo, ma ho notato la tua urgenza, in quelle lettere in cui mi chiedevi di tornare a casa. So che sai.
Non sarei mai potuta tornare, dopo quello che mi avete detto, che avete provato a fare. Era un peso contro il mio animo, ed ora che il mio sogno mi si era rivoltato contro, la gioia di averlo realizzato non era nulla.
Poi c'è stata Hamura. Avere paura della gente, nella strada. Di ogni macchina della polizia, di ogni persona al cellulare o in una cabina del telefono.
Cosa faccio se mi scoprono? Dove posso nascondermi? L'esercito -- quello giapponese, la NATO, i caschi blu -- mi vogliono per studiarmi o uccidermi o prendermi prigioniera, o...
Non potevo più vivere.
Così mi lasciai morire. Mi trascinavo, giusto quel che bastava per trovare un posto per vivere, qualcosa da mangiare, anche se ormai non ne ho più molto bisogno. Rimanevo nascosta tutto il giorno e tutta la notte e non parlavo, non guardavo, non mi rendevo conto di che capitava, un oblio disperato e ininterrotto.
Ricordo di averti chiamata molte, molte volte.
Mamma..."


"Stasera, nella baia. Assicurati che non ti veda nessuno, e preparati a una lunga nuotata. Ti troverò io."

"Per dove?"

"Alaska. Ho dei contatti, laggiù, identità nuove pronte per tutte."

"Tutte? Immagino che non sei riuscita a scalzare Kumiko dal suo nuovo trono di sangue in Tailandia."

Guardò lontano, con un volto di ghiaccio, come se non volesse far vedere che la cosa le pesava.

L'uomo le prese la mano. "Yuki..." Lei lo guardò. Lui riprese: "Yuki, non è colpa tua. Hai fatto molto più bene che male."

Lei guardò in basso.

L'uomo riprese. "Nessuna di noi è diventata niente che non fosse già... ci nascondevamo nella vita di tutti i giorni, sotto i veleni o i rancori, tra le scuse, nel profondo dei nostri guai... se solo fossi riuscita ad accettare ciò che ero, ciò che mi era capitato, invece di avere paura, non mi avresti trovata in quello stato."

Yuki guardò altrove, ma gli occhi lucidi erano evidenti. Parlò con voce rotta.

"... stasera, nella baia, e preparati ad una lunga nuotata."

Ci fu una pausa. "Va bene", disse l'uomo.

"Ci... ci saremo solo noi due."

"Va bene", disse ancora.

Ci fu un silenzio imbarazzato, poi lei uscì.


"Mamma, so che queste cose ti hanno turbata molto. Non è mia intenzione farti male, anzi, ti voglio rassicurare.
Una di noi... una che, sì, ha ucciso, ma ti assicuro mai senza motivo, mai gratuitamente... mi ha recuperato... Sono al sicuro ora, sottoterra. Piano piano mi sono ripresa.
Ti scrivo queste parole perché potremmo non sentirci più. Sono odiata dal mondo intero, ma non per mia scelta... potrei nascondermi, ma nessun luogo potrebbe essere mai sicuro. Ci vorrà molto tempo, prima che mi senta bene di nuovo, prima che possa tornare in superficie senza che mi senta male. Ma quando lo farò, ti spedirò questa lettera. Perdona il mio ritardo.
Ti ho sempre voluto bene,
Kairi (o Yukio, come preferisci tu)."


L'uomo scese veloce dalla montagna, come aveva fatto molte volte. Portava una borsa ed un telo impermeabile, e delle corde.

Aveva corso per venticinque chilometri, e non aveva nemmeno una goccia di sudore, né era stanco.

In tasca aveva due lettere, una vecchia di qualche anno, una nuova, scritta qualche ora prima. Una lettera di scuse per i due anni di silenzio.

Le imbucò piano, e si allontanò dalla buca... poi, con un pensiero, lasciò il proprio travestimento maschile, sicura di non essere vista, e si diresse verso il mare.

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