Anime

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anime, s. n

Come tutti i cultori dei cartoni sapranno, la serializzazione di una serie animata nel Magico Paese del Sol Levante è legata a stagioni organizzate secondo la struttura della stagione lunare e un inusuale sistema numerale tredecimale (basato cioè sul numero 13). Escludendo i calcoli astronomici complessi che chiederebbero l'intervento del nostro Comitato scientifico al gran completo, i Giapponesi tendono ad organizzare i loro anime in modo che le vicende narrate vadano da un minimo di tredici o ventisei puntate ad un massimo di cinquantadue, occupando così una stagione fisica, o un anno gregoriano, con un singolo episodio ogni settimana. Questa scelta è dettata prevalentemente dai tempi di produzione della singola puntata e dall'obbiettivo (sicuramente raggiunto) di fidelizzare i fruitori finali nel lungo periodo, in quanto le serie possono anche durare parecchi anni.


Indice

Organizzazione

Generalmente gli anime non sono altro che la versione animata dei rispettivi manga, affidati a uno studio di animazione, ovvero a una squadra di scemeggiatori che potrebbero essere capaci di trasformare un'opera del miya in una dragonballa (e viceversa), e che sono a capo di un'esercito di millemila animatori e intercalatori amanuensi a basso costo, prevalentemente coreani o cinesi.

SCHEMA ORGANIZZATIVO


Il sistema tende a funzionare, con pochi intoppi. Una serie scemeggiata e progettata per stagioni da 52 puntate può essere ad esempio, per ragioni di budget o scarso interesse, decurtata a ventisei o tredici puntate (e nei casi più disperati addirittura a numeri non multipli di 13), oppure la presenza di gravi eventi di cronaca, o festività in grado di schiodare anche il più accanito degli otaku dalla sua poltrona, come la Golden Week possono far saltare uno degli episodi, lasciando così il problema agli scemeggiatori di compattare una serie più o meno vasta di eventi in uno spazio ridotto. Questo non è un problema per i solerti animatori, che al limite lasceranno un paio di vicende risolte in fretta, o avranno degli episodi in più da pubblicare in solo DVD.

Il vero problema è dato dai manga convertiti in anime. Qualora il flusso di tavole è costante, avremo gli adattatori, con di fronte un numero del manga, che hanno almeno una settimana di tempo per organizzare la resa animata della vicenda narrata, con quello che ne comporta in ritocchini, aumento della spettacolarità e tutto quanto. Ma non tutti gli autori di manga sono degli indefessi lavoratori, oppure non possiamo incatenarli alla sedia. Oppure la domanda diventa più grande dell'offerta, ed a fronte di prodotti come Inuyasha, pubblicati regolarmente e con una periodicità nata, si è cercato di avere stagioni continue in onda senza dare il tempo materiale alla Zietta di preparare altro materiale che non fosse il manga omonimo o il fanbook (la risposta nipponica al "Secret Facts&Files" della Warner/DC Comics occidentale). Per non parlare di opere come Naruto, il cui autore Kishimoto ha ben pensato di prendersi uno iato tra Naruto e Naruto Shipuuden (gli amici della DC li chiamerebbero Naruto e Naruto v2).

il finale

Per molte persone il finale è la parte più importante dell'intera serie. Permette infatti di scoprire se si è inutilmente buttato del tempo a seguire i 25/51 episodi di una serie per vedere come andava a finire. E questo vale indipendentemente dalla qualità e dal budget della serie [1] .

Peculiarità

Rispetto all'approccio occidentale all'animazione, derivato almeno alle origini della sua epoca commerciale dai comics (anche se si può far risalire il tutto agli esperimenti sulla Lanterna Magica e i primi Flip Book), l'approccio giapponese riserva diverse peculiarità di origine:

Strettissimo rapporto di paternità tra Creatore e Creazione

È uso nel mondo del fumetto americo-occidentale, e di riflesso nel mondo dei Comics, stringere rapporti commerciali molto stretti tra autori e case editrici. Come risultato non è infrequente avere un personaggio che sopravvive al suo creatore: a distanza di anni, ad esempio, dalla morte di Siegel e Shuster ci sono almeno tre o più continuity di Superman che continuano ad andare avanti per mano dei correnti detentori dei diritti, gli Studi Warner Bros, con gli eredi dei suddetti che possono agire solo marginalmente, come imporre che Superboy and the Legion of the Super-Heroes, nuova serie animata, fosse commercializzata solo col titolo di Superman and the Legion of the Super-Heroes.

In Giappone l'autore resta l'autore. Salvo commendevoli eccezioni, come i personaggi della Tatsunoko, o i revival, in cui personaggi di autori famosi come Osamu Tezuka possono godere di versioni aggiornate delle stesse storie dei loro creatori, come Black Jack 21 per Black Jack, un personaggio ha un ciclo vitale ben definito.

Casi di anime eterni sono limitati a serie come Doraemon, visibilmente a target ribassato. Non ci sarà mai uno Scooby Doo per i Giapponesi, dove gli stessi personaggi passano di mano in mano attraverso le generazioni.

Qualora però un autore battesse la fiacca, è ammesso l'uso di riempitivi... finchè l'autore non decide di staccare la spina. Allora è finita.

Stile basato sull'espressività

Era soprattutto vero in passato, ma non è quello che voi pensate, dico a voi, sì proprio voi, quelli che pensate che i Giapponesi fanno tutto al computer.

Osamu Tezuka, il succitato autore, probabilmente il primo vero animatore della storia, aveva di fronte un grave problema. Ai suoi tempi, si parla degli anni '40/'50 del secolo scorso, gli studi di animazione, se paragonati ai nostri, erano praticamente una manica di morti di fame. Tezuka così studiò cosa faceva un certo Walt Disney, animatore a capo di un nascente impero di animazione negli Stati Uniti. Scoprì che Walt Disney, con un numero di frame non troppo alto, riusciva a focalizzare l'attenzione sulle parti del movimento più naturali.

Tezuka, partendo a casa, scoprì che con un 25 fps di massima si poteva comunque avere un prodotto gradevolissimo, l'importante era creare un linguaggio iconico abbastanza forte. Come nelle Silly Symphonies di zio Walt, in cui i personaggi erano disegnati con fattezze leggermente esasperate, fondali immobili ogni volta che il movimento non era percepibile e poche membra in movimento per volta, Tezuka ripetè lo schema in alcune delle sue opere, lanciando lo stile, e incorporando il sistema già noto ai Giapponesi del Teatro No e Kabuki, dove inquadrando un volto e atteggiando diverse espressioni si poteva "rinforzare" l'efficacia di una storia.

Ironicamente, quando si accusa la Disney degli anni '90 di aver "Giapponesizzato" alcuni personaggi, come Ariel de La Sirenetta, inquadrata quasi costantemente di mezzobusto con occhioni e facciotti continui, in realtà la Disney ha solo applicato ciò che già sapeva coi mezzi accresciuti dati da cinquanta anni di evoluzione tecnologica.

Stessa cosa hanno fatto i Giapponesi col tempo

Classificazioni tratte dai manga

Gli stessi Giapponesi tendono a classificare gli anime a seconda della rivista in cui è apparso il manga di provenienza, dove applicabile. Anime tratti da Shojo, ovvero storie pubblicate in giornali per ragazze, saranno quindi considerati shojo a tutti gli effetti, così come per gli shonen.

Per questo quanto detto sul jumpismo, ad esempio, diviene applicabile sia ad anime che a manga. Ma anche quanto detto sulla velleità di tali classificazioni: Maison Ikkoku, ad esempio, considerato da molte fan uno shojo, è in realtà uno shonen, in quanto il suo manga di provenienza viene da una rivista shonen


note

  1. ↑ vedere Evangelion o i Lupi busoni

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